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Rubrica di informazione e sensibilizzazione su tematiche psicologiche

Perché capitano tutte a me?

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nuvoletta

Quando ci svegliamo con il piede sbagliato, quando usciamo di casa con il nostro bel paio di scarpe nuove e all’improvviso inizia il diluvio universale in piena Estate, quando l’autobus non passa mai e abbiamo lezione all’alba, quando percepiamo che non ci capisce nessuno nonostante i nostri vani tentativi di spiegarci oppure quando è un lunghissimo periodo che nulla va come vorremmo, la domanda che incessantemente ci poniamo è “perché capita tutto proprio a me?”.

Questo interrogativo nasconde dentro di sé la calunnia ed il giudizio che noi siamo vittime di un fato che si diverte a punzecchiarci e prendersi gioco di noi, probabilmente lo fa perché siamo sbagliati, non siamo perfettamente belli, forti o capaci e quindi questo destino infame ha deciso di punirci e di farci capire che mai nulla andrà bene nella nostra vita perché siamo degli inetti senza possibilità di successo. E ora non solo il nemico fato ci oppone resistenza, ma anche il nostro pensiero di possedere una nuvola personalizzata che spruzza pioggia solo sulla nostra testa ci tormenta e ci distoglie dall’essere sereni e soddisfatti. È dura la vita quando si è le vittime dell’universo, ma se guardiamo oltre il nostro naso vedremo che la nostra personale storia di devastazione non è molto diversa da quella che potrebbe raccontarci ogni sconosciuto che fermiamo per strada chiedendo :<< TI SENTI VITTIMA DEI TUOI STRESS? CREDI CHE VADA SEMPRE STORTO TUTTO A TE? >>. Adesso quindi se non siamo gli unici a portare dentro questo enorme fardello e consapevoli del fatto che se fosse il destino a punirci sarebbe facile sconfiggerlo perché noi siamo 6 miliardi di persone e lui è solo, cosa ci spinge in un circolo vizioso di sconfitta personale e di negatività?. Vorrei rispondere utilizzando una metafora, credo che parlare per allegorie renda tutto più interessante e pregnante di significato, credo che attraverso le metafore riusciamo a comunicare alla parte più arcaica di noi: l’anima, ecco perché da secoli le persone amano scrivere e leggere poesie. Un mito greco ci narra la storia di Pigmalione, re di Cipro ed ottimo scultore che non aveva tempo e desiderio di badare all’amore. Afrodite, Dea dell’amore, si sentì disprezzata e per punirlo lo fece innamorare di una statua di una fanciulla d’avorio, che Pigmalione stesso aveva scolpito. Il re soffriva molto perché la statua non poteva rispondere alle sue attenzione d’amore. Pigmalione esausto pregò Afrodite di liberarlo e trasformare la statua in fanciulla, ma lei non lo assecondò. La storia poi si conclude con la pietà della Dea dell’amore che rese la statua d’avorio una vera fanciulla con cui il re si sposò ed ebbe un figlio di nome Pafo.

Anche una statua d’avorio se ci credi può diventare una fanciulla. Non è uno scherzo, ma non è neanche da interpretare letteralmente. Ci avete mai pensato che  il ripetervi intensamente che non siete all’altezza, che vi andrà tutto male, che siete brutti e che siete una sorta di relitti umani provochi in voi il fatto di iniziarci a credere seriamente e di conseguenza ad assumere comportamenti, atteggiamenti, modi di fare che impersonano perfettamente l’etichetta negativa che vi siete dati!? Questo in psicologia è appunto chiamata la “profezia che si autoadempie”: una previsione che si realizza per il solo fatto di essere stata espressa o pensata. Predizione ed evento sono in un rapporto circolare, secondo il quale la predizione genera l’evento e l’evento verifica la predizione. Quindi siamo noi gli artefici del nostro destino e così anche con la forza delle nostre credenze ci tramutiamo in quei personaggi negativi che ci ripetiamo e ci convinciamo di essere. Come diceva il caro Jung “è reale ciò che agisce”. Noi abbiamo la forza di trasformare la realtà e badate solo noi abbiamo il potere di diventare ciò che siamo o che ci raccontiamo di essere. Non mi credete? Allora vi siete mai chiesti perché una ragazza in sovrappeso continua a ripetersi che è brutta? Lei non è nata con quei chili di troppo e nessuno l’ha costretta a diventarlo, né le circostanze della vita, né nessuno. Lei ha scelto di esserlo attraverso le azioni che l’hanno portata a mangiare o meno. Quando la ragazza capirà che a lei appartiene la responsabilità di diventare diversa da quella che è, quando capirà che non è brutta, ma si è incastrata in quell’idea che l’ha portata effettivamente ad ingrassare, potrà liberarsi della sua etichetta e dirigersi verso ciò che vuole essere. Quindi miei cari, se non ci giudichiamo, se non prevediamo ciò che siamo prima di esserci sperimentati, possiamo dirigerci verso chi vogliamo essere. Lasciamoci il dubbio, non diamo definizioni a priori su come siamo o chi siamo perché le etichette si pongono sugli oggetti e non sulle persone. Tentiamo di non farlo né verso noi stessi né verso gli altri, perché il peso delle definizioni restringe la realtà: definire il limite fin dove va bene una cosa o una persona crea le gabbie dentro le quali poi siamo costretti a vivere, senza via di fuga. Vorrei che sia chiaro il messaggio, perché il maggior numero del malessere psicologico è dato dal fatto che ci ripetiamo di essere o non essere qualcuno e questa ripetizione poi diventa realtà impossessandosi delle nostre credenze. Se invece noi iniziamo a respirare come se fosse la prima volta ogni giorno, dandoci un unica definizione “io posso essere tutto quello che voglio”, godremo anche di essere semplicemente presenti nello scambio di un sorriso con chi come noi prova a non giudicarsi e non giudicare. Proviamo quindi a scegliere con che piede scendere dal letto, proviamo a toglierci le scarpe nuove se veniamo sorpresi da un diluvio universale e danzare a piedi nudi sotto la pioggia, abbracciamo chi sembra non capirci mentre ci spieghiamo. Adattiamoci alle cose, accettiamole, accettiamoci… E siate più clementi con voi stessi, dipende tutto da voi, ma se continuate a essere voi il vostro carnefice è ovvio che una vostra parte non si renderà disponibile al successo perché impaurita dalle grida del tiranno giudicante.

     Dott. Nicolina Capuano

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L’attacco di Pan(ico)

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          “Porto addosso le ferite

di tutte le battaglie

 che ho evitato…” 

F. Pessoa

    Il Dio Pan (dal quale il “panico” prende il nome), è il Dio della natura, è lo spirito presente nella natura in tutte le sue forme. È il Dio del selvaggio, della vegetazione, dei ruscelli, delle foreste, degli animali. La parte più istintiva dell’uomo.Nell’iconografia Pan è raffigurato con gambe e corna caprine, con zampe irsute e zoccoli, mentre il busto è umano, con due corna sulla fronte, il naso schiacciato, il volto adornato da una barba caprina e dotato di un’espressione terribile, ma contrariamente al suo aspetto Pan è un Dio gioviale e generoso, sempre pronto ad aiutare quanti richiedono il suo aiuto e a rallegrare con la sua presenza gli dei. Dio solitario, non risiede sull’Olimpo ma pan diovive specialmente nei boschi, e con la sua voce spaventosa incute in chi lo ode una grande paura. Pan era venerato, ma anche temuto dai pastori; la sua presenza, comunque, era pericolosa per tutti, specie nelle ore meridiane: era indizio di crisi che si traduceva in “timore”, quella grande paura che da Pan prende il nome di timor panico. Egli abita le grotte, le foreste. Lo si trova vicino ai fiumi e ai ruscelli, in fondo agli abissi, neiluoghi impervi, vaga attraverso i boschi, danzando e suonando il suo flauto magico a sette canne, strumento con il quale conquista e seduce le ninfe, le quali però hanno paura di lui in quanto arriva all’improvviso e ogni volta cambia aspetto attraverso un travestimento, quindi è molto difficile evitare di incontrarlo perché lo si riconosce sempre dopo. Poi, altrettanto fulmineamente, se ne va, lasciando dietro di sé un senso di paura e di inquietudine per la preoccupazione che tornerà di nuovo senza sapere né quando né perché. Come è possibile comparare la figura del Dio Pan con quello che si verifica durante un attacco di panico?

L’attacco di panico si manifesta all’improvviso, senza causa apparente, senza un evidente motivo: si inizia a tremare, il battito cardiaco aumenta, si prova un senso di costrizione, ci si sente soffocare e si ha paura di impazzire, di morire o di perdere il controllo. L’aspetto interessante è che, nonostante queste sensazioni, non accade nulla di simile: non si muore, non si impazzisce e il controllo viene perso solo momentaneamente a causa della grande paura sperimentata. Poi il panico scompare di nuovo proprio come il Dio Pan, ed esattamente come accade per le ninfe dei boschi, permane un senso d’inquietudine legato al timore di doversi imbattere nuovamente in questa terribile presenza, senza che si possa fare nulla per prevederla e correre quindi ai ripari.

 Attraverso le allegorie possiamo evidenziare come Pan in noi rappresenti la passione, l’istinto, la sessualità e l’energia primordiale. Sono tutti aspetti che sovente restano inascoltati in chi soffre di attacchi di panico. Sono le parti più profonde della natura dell’uomo. Vivere con superficialità, cioè rinchiusi all’interno di ruoli, maschere, personalità scarsamente flessibili fa sì che queste forze profonde irrompano violentemente in superficie portando con sé una richiesta di cambiamento. Il Dio Pan infatti agisce in natura quando arriva la primavera che risveglia dal sonno, dal torpore dell’inverno, regalando la freschezza di un anno nuovo, di un nuovo inizio.

L’aspetto drammatico dell’attacco di panico sta proprio nel fatto che, sebbene molti elementi indichino la necessità di aprirsi ad un libero fluire delle energie vitali, ovvero porsi delle prospettive nuove e modificare alcuni schemi eccessivamente rigidi, accade esattamente il contrario. Ci si fa trascinare quasi per inerzia, si vive nella dipendenza, si rimane in casa, si chiudono i contatti con gli altri. In altre parole si lotta contro le irruzioni del Dio Pan ed è proprio questo sforzo di controllare le proprie emozioni che causa gli attacchi di panico, esattamente come un vulcano che, trattenendo il fuoco dentro di sé, non può far altro che esplodere. L’agito che mettiamo in atto è difenderci da ciò che sta accadendo; è così che si crea una patologia nella patologia ossia aumentano sempre di più i comportamenti di evitamento che si protraggono per mesi e a volte per anni. Lo spazio vitale si riduce sempre di più.

Fortunatamente può venirci in aiuto un adeguato percorso terapeutico che consenta di conoscere ed esprimere in maniera adeguata e costruttiva le proprie emozioni, al fine di “addolcire” il Dio Pan che non avrà più motivo di attaccare nessuno perché non si sentirà più scacciato o giudicato, ma compreso nella sua vera natura. È bene sottolineare in definitiva che l’attacco di panico non è una malattia, ma agisce come spinta vitale, in quanto la valenza esplosiva dei sintomi obbliga la persona a prestare maggiore attenzione a sé stessa, al proprio istinto, a recuperare quel dialogo con la propria mente e con il proprio corpo che probabilmente troppo a lungo è rimasto sopito.

Dott. Paolo Mastrogregori

Essere o non essere genitori?

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piediniEssere o non essere genitori è un interrogativo che si pongono molte giovani coppie di oggi, dopo aver sacrificato anni all’università, aver investito risorse ed impegno in una relazione di coppia ed in progetti di vita ambiziosi. Spesso ci si ritrova a combattere per arrivare a fine mese con la difficoltà a far fronte alle spese del mutuo (se siamo fortunati) o dell’affitto del monolocale che si divide in due. Anno 2013 torna di moda volente o nolente il motto “due cuori e una capanna”, non più in un’accezione romantica, ma in una chiave di crisi economica e di risorse di vita! Ebbene già è difficile sopravvivere in due figuriamoci in tre, è ciò che scorre come i sottotitoli di un film In inglese nelle menti dei nostri giovani sposini. Ma ammesso che la risorsa economica è un fattore fondamentale per la sopravvivenza della prole, quale altro ingrediente ci porta ad ESSERE O NON ESSERE dei genitori sani per i nostri figli?

Il discorso non si allontana dal termine risorsa, ma adesso si tratta di un tipo di risorsa slegato dal mero materialismo, qualcosa che ci appartiene e mai nessuno potrà toglierci: Le nostre risorse interiori! Ma quali possono essere queste grandi doti che ci conferiscono l’esserci come genitori, che assicurano uno sviluppo fisico ed emotivo del bambino sano? Una laurea in psicologia è la risposta? Un corso su come essere il genitore dell’anno, con tanto di candidatura al Nobel dei Caregiver di tutto il mondo?     No, la risposta non è questa, anche se sarebbe molto divertente aprire una competizione mondiale, perché si sa a volte solo il desiderio di vincere e di ricevere una ricompensa ci spinge ad impegnarci; ma questa è un’altra storia lontana dal nostro essere dei bravi papà e delle madri eccellenti!

Sono molte le basi teoriche a cui potremmo far riferimento in psicologia che ci illuminano sui trucchetti per essere dei fantasmagorici genitori: basta pensare alla teoria di Bowlby sull’attaccamento e alle ricerche della Ainsworth che classificò i rapporti tra madre e bambino in tre grandi e distinte categorie di attaccamento! Ma procediamo per gradini, perché come in ogni cosa della vita è il salire ogni più piccolo scalino essendo presenti davvero in quella precisa situazione,  assaporandola fino in fondo che  rende sereni e non importa a quale gradino di esso vuoi fermarti!

Per Attaccamento si intende la prima relazione significativa a livello emotivo che un infante ha con una figura che se ne prende cura, di solito questo ruolo è affidato alle madri, ma anche i giovani papà non sono da meno! Bolwby attraverso i suoi studi sugli animali e successivamente con osservazioni su piccoli esseri umani, avanzò l’ipotesi secondo cui la coloritura che assume la prima relazione significativa con la madre influenzerà il bambino nella formazione della sua personalità e anche il grado in cui sarà sano nella vita. C’è da fare qui una piccola digressione su ciò che si intende con il termine sano: esso indica l’equilibrio emotivo della persona, il suo grado di autostima, il bagaglio che consentirà all’individuo di divenire autonomo ed integrato, la sua capacità di far fronte alle difficoltà che la vita pone in modo efficace e infine, cosa più importante, il grado di sicurezza che avrà di se stesso e nelle relazioni con l’altro. Ma allora adesso la domanda sorge spontanea: qual’è lo stile di ‘attaccamento che una madre deve mettere in atto con il proprio bambino affinché cresca sano emotivamente? Provo a rispondervi attraverso la classificazione che La ricercatrice Ainsworth fece attraverso le sue osservazioni di laboratorio. In uno studio chiamato STRANGE SITUATION, la ricercatrice osservò l’interazione tra madre e bambino sia nell’atto della separazione, sia quando essi venivano ricongiunti. Osservò che c’erano nelle diverse diadi madre-bambino, tre diversi tipi di reazioni,  che classificò come tre distinti stili dell’attaccamento. Del primo stile fanno parte i bambini insicuri-evitanti, poi troviamo quelli ambivalenti ed infine quelli con un attaccamento sicuro. In questa trattazione ci soffermeremo solo sulla terza tipologia di attaccamento.

I bambini sicuri o Modello B, sono in grado di usare la madre come base sicura, che gli permette di esplorare e interagire autonomamente con l’ambiente, hanno avuto uno stile di attaccamento che gli ha aperto la strada verso l’autonomia. Le caratteristiche di queste madri non erano  super poteri, ma semplicemente rispondevano ai bisogni del proprio bambino in maniera EMPATICA. Cosa vuol dire questo? Che le madri sono sempre pronte con il biberon al primo segnale di pianto del bambino, sono sempre pronte a dispensare abbracci e faccine buffe per il proprio piccolo? No questa non è empatia, ma paura! La madre empatica è colei che sa accorgersi quando il proprio bambino ha davvero bisogno di aiuto (accudimento) o ha davvero la necessità di protezione ed affetto (attaccamento) e quindi dispenserà le proprie cure amorevoli quando c’è una realtà di bisogno e desiderio effettiva.

Ma come una madre alle prime armi può combattere lo stress di notti in bianco , fatte di pianti infantili, di pannolini alla fragranza di omogeneizzati, riuscendo comunque ad essere empatica?  Ovviamente non ci sono risposte da ricettario a tutti questi interrogativi, ma un paio di percorsi sono auspicabili e possono indicarci la strada da seguire…

L’invito che si può fare alle giovani madri è quello di ascoltarsi, di accettarsi in limiti e capacità; quando noi sappiamo in maniera consapevole quali sono i nostri reali e personali bisogni, cosa desideriamo, quando abbiamo chiari i nostri obbiettivi di vita a partire dalle piccole cose, come cosa desideriamo mangiare per pranzo, ecco che siamo pronte ed in grado di ascoltare quali sono i reali bisogni per un altro piccolo essere umano. Ovviamente tutto ciò passa attraverso la consapevolezza di noi stessi, attraverso un’attenta analisi delle nostre sensazioni, a partire da quelle del corpo, perché anche li dove siamo confuse su noi stesse, il corpo non mente mai e ci manda quei segnali che se ascoltiamo con cura hanno la risposta alle nostre domande.

Iniziamo quindi ad interrogarci e poi ad ascoltarci in maniera AUTENTICA, di modo che il nostro bambino ci senta essere prima persone per noi stesse e poi essere dei genitori autentici, con tutte le difficoltà e gli errori, ma essendo veri doneremo attenzioni vere. Se non riconosciamo prima noi stessi, non potremmo mai far sentire riconosciuto come individuo un altra persona, che sia un figlio o il nostro compagno. La modalità a cui si arriva a tutto ciò è legata all’adattamento creativo soggettivo che ognuno di noi sente più idoneo all’espressione di sé, nel rispetto di quello che si è e nell’accettazione di quello che non si è.

Essere o non essere genitori quindi è un interrogativo non legato al materialismo di creare o non creare una nuova vita, non solo almeno. Ma è legato ad una scelta simbolica: volete esserci per voi stessi e poi esserci come genitori?

 

Buona scelta a tutti!

Dott.ssa Nicolina Capuano

 

“Gli addetti ai lavori”

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Spesso sentiamo parlare di psicologi, psicoterapeuti, psichiatri e counselor, senza sapere se esistono sostanziali differenze fra queste professioni, che hanno invero notevoli differenze professionali.

Ogni anno vengono alla luce nuove professioni, ma spesso vengono confuse le competenze e gli ambiti di intervento. Cosi spesso le persone si trovano ad essere spaesate nel momento in cui hanno deciso di accedere ad un servizio di salute mentale.

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Con l’espressione salute mentale, secondo la definizione dell’ Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), si fa riferimento ad uno stato di benessere emotivo e psicologico nel quale l’individuo è in grado di sfruttare le sue capacità cognitive o emozionali, esercitare la propria funzione all’interno della società, rispondere alle esigenze quotidiane della vita di ogni giorno, stabilire relazioni soddisfacenti e mature con gli altri, partecipare costruttivamente ai mutamenti dell’ambiente, adattarsi alle condizioni esterne e ai conflitti interni.

L’acceso ad un servizio di salute mentale, non sempre è indice di una condizione patologica. Spesso infatti l’acceso a tali servizi è utile ad un orientamento per adolescenti, a pratiche per favorire la consapevolezza, potenziare i propri punti di forza e le proprie risorse, favorire uno sviluppo coerente con le proprie aspettative di vita, per potenziare le proprie prestazioni lavorative, per conoscenza del proprio mondo interiore, per attenuare e risolvere piccoli disturbi psicosomatici o semplicemente come prevenzione e salutogenesi.

In questo articolo guarderemo insieme le varie differenze fra queste professioni, i peculiari ambiti di intervento e le specifiche qualifiche professionali.

PSICOLOGO: è un professionista che ha frequentato un corso di laurea magistrale in Psicologia (5 anni) al termine del quale ha fatto un tirocinio e sostenuto con successo un esame di abilitazione statale ed ha completato l’iscrizione all’ ordine professionale. Lo psicologo ha conoscenze di fisiologia e di teorie della mente e del comportamento, è abilitato alla somministrazione di tests e può eseguire diagnosi che hanno validità clinica e in alcuni casi legale (per esempio: valutazione del danno non patrimoniale eseguita da uno Psicologo forense). Gli psicologi detti clinici fanno interventi di breve e media durata con singoli pazienti (anche minorenni), coppie e gruppi. Altri psicologi lavorano in ambito organizzativo, nello sviluppo delle risorse umane e nella selezione del personale. Lo psicologoesercita una professione con finalità sanitarie cioè di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione oltre alle attività di ricerca e didattica nell’ambito della psicologia. Lo psicologo, non essendo né medico né psicoterapista, non può per legge né somministrare farmaci né intervenire con una psicoterapia

PSICOTERAPEUTA: è per la  legge italiana un laureato in medicina o psicologia, già iscritto all’albo (quindi ha terminato i 5 anni di medicina o di psicologia), che al termine di un corso presso una scuola di specializzazione in psicoterapia riconosciuta dal MIUR della durata di 4 anni, ottiene il certificato di psicoterapeuta. Lavora solitamente con individui, coppie o piccoli gruppi. Esegue interventi che per la maggior parte hanno durata medio-lunga (uno o più anni). Lo psicoterapeuta fa un lavoro che viene definito ‘di profondità’, sostiene il paziente nel rintracciare l’origine delle suo malessere nella sua storia, in alcuni casi anche a partire dagli stadi iniziali della sua vita. Nelle sedute lo psicoterapeuta punta alla risoluzione di vissuti emotivi causati da traumi che impediscono oggi alla persona di vivere con piacere e pienezza. Le scuole di specializzazione che permettono l’iscrizione all’albo degli psicoterapeuti sono molte e molto diverse fra loro (in Italia attualmente ce ne sono circa 300). Ognuna di esse trae origine da un quadro teorico differente utilizzando tecniche o combinazioni di tecniche che riflettono l’unicità dell’impostazione teorica che rende ciascuna scuola diversa dalle altre. L’unicità di ciascuna impostazione psicoterapeutica non è fondata su evidenze scientifiche ma sull’approccio teorico dal quale origina. In genere, ma non per legge e non per tutte le scuole di specializzazione, lo psicoterapeuta all’interno dell’iter formativo previsto dalla scuola di appartenenza compie un percorso di terapia personale finalizzata alla risoluzione di eventuali conflitti personali irrisolti e per acquisire maggiori competenze professionali.

PSICHIATRA: è un laureato in medicina che ha anche conseguito una specializzazione in psichiatria, cioè un corso di studi specialistico orientato allo studio e alla cura dei disturbi e delle malattie mentali attraverso modalità e strumenti caratteristici la professione medica. Rispetto alle modalità di trattamento terapeutico del disagio/disturbo mentale offerte da altre figure professionali (psicologi e psicoterapeuti) lo psichiatra è maggiormente orientato a considerare il disturbo mentale come derivante da un malfunzionamento e/o uno sbilanciamento a livello biochimico del sistema nervoso centrale. Per questo motivo la principale modalità di cura proposta dallo psichiatra è quella farmacologica. In alcuni casi può avvenire che sia lo psicologo o lo psicoterapeuta forniscano contemporaneamente allo psichiatra il loro supporto al fine di ottenere un risultato migliore di quello che si otterrebbe attraverso l’utilizzo esclusivo di uno dei tre approcci.

COUNSELOR: è un esperto dell’Ascolto, della Comunicazione efficace, del Problem Solving, dell’Orientamento e dell’Empowerment. Il Counselor è una nuova figura professionale riconosciuta in Italia dal maggio 2000 su delibera del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro). E’ un promotore del benessere dell’individuo e della Comunità che accompagna la persona che ne fa richiesta “il cliente”, nel percorso di sviluppo e crescita personali. Egli lavora in modo da rendersi prima possibile inutile, trasferendo sul cliente le abilità richieste.

Ciò che accumuna queste diverse professioni nonostante le differenti tecniche e strumenti usati è la promozione della salute.

Negli anni il concetto di salute ha abbracciato sempre più discipline diverse; dapprima la salute era semplicemente orientata ad una mera cura dell’organismo in senso organicistico. L’avanzare delle scienze e della medicina in particolare è stato promosso da Cartesio, il quale dividendo mente corpo ha saltato l’ostacolo animistico, imposto dalla cultura del tempo, favorendo lo studio scientifico della “macchina umana” (Res Extensa). Purtroppo per lui ad oggi le stesse scienze hanno dovuto piegarsi all’indeterminatezza scientifica, come Heisenberg ci ha dimostrato ogni scienza è probabilistica. Oggi anche la psicologia è scienza e al pari della medicina, fisica, chimica si avvale di strumenti scientifici. Grandi scienziati del nostro secolo hanno evidenziato più volte che l’organismo fisiologico è in strettissima relazione con la mente e la psiche. Siamo un individualità unitaria mente e corpo, quindi la salute dipende sia dalla mente che dal corpo. Sempre più sentiamo parlare di malattie psicosomatiche, funzionali; disagi che non hanno un origine primariamente organica, ma che si manifestano nel corpo. Oltre a questi disturbi sul confine fra la mente e il corpo, vengono etichettate ogni anno nuove malattie mentali o psicologiche che indicano un sempre più accentuato interesse per la salute mentale e per la specificità dell’individuo. La provocazione, che con curiosità e passione vorrei proporvi, riguarda le difficoltà che ognuno di noi porta con fatica su di se. I dati dell’OMS riportano che oltre 450 milioni di persone sono affette da disturbi neurologici, mentali e comportamentali; in Europa, la mortalità per suicidio è più elevata di quella per incidenti stradali, e il solo disturbo depressivo maggiore rende conto del 6% del carico di sofferenza e disabilità legati alle malattie. Il numero oscuro dei disturbi diagnosticati è molto più elevato rispetto alla stima fatta dall’Oms, infatti moltissime persone che per negligenza o bassa culturalizzazione non sanno di poter migliorare la propria salute convivono tutta la vita con disagi e sofferenze che pregiudicano la loro qualità di vita. L’accesso ai servizi in Italiacondotto su un campione di psichiatri italiani, ha riscontrato un aumento considerevole rispetto a dieci anni fa della frequenza con cui vari disturbi mentali giungono all’osservazione clinica. L’impatto anche economico è notevole con stime conservative pari al 3-4% del PIL dell’Unione Europea.

Spesso rivolgersi ad unlinus psy servizio non medico ma inerente alla salute mentale o psichica, significa per molti sentirsi etichettato come “matto”. Questo pregiudizio dilagante porta molte persone a conservare gelosamente nella propria solitudine la propria sofferenza, senza mai riflettere su quanto possa essere migliore e più ricca la propria esistenza. Andare dallo psicologo, psicoterapeuta, psichiatra o counselor non significa essere un “folle”, bensì il folle o l’ignorante… è colui che pur avendone la possibilità preferisce vivere confinato nel proprio isolamento vivendo una vita solo a metà.

Dott. Fabio Gardelli